Fiera del Lambrusco: programmi, ospiti e le chicche da non lasciare sfuggire durante la visita

La prima volta che ho sentito il profumo di viole e prugna salire da un calice di Lambrusco, erano le nove del mattino e i portelloni del padiglione si stavano ancora aprendo. Il ronzio dei frigoriferi, i secchi del ghiaccio appena versato, il fruscio delle tovaglie tirate a lucido: il preludio di una giornata che prometteva frizzantezza. Ho ripensato ai filari bassi della mia Puglia, alle uve sgranate nelle masserie, e ho capito che qui, tra Modena e Reggio, l’energia della festa è la stessa, solo con un accento diverso. La Fiera del Lambrusco comincia così, con un brindisi sussurrato e il passo svelto di chi sa che l’agenda è ricca e il tempo, come la bollicina, non aspetta.
Un varco d’ingresso che profuma di vigne
Entrare in fiera è come infilarsi in una piazza affollata di storie: banchi d’assaggio color rubino, isole di gastronomia che ammiccano con gnocco fritto e salumi, spazi raccolti per le masterclass dove i calici si allineano come note su uno spartito. L’atmosfera è informale ma puntuale, perché qui il Lambrusco gioca in casa e vuole raccontarsi con rigore. Ogni denominazione ha il suo angolo, dal Sorbara più etereo al Grasparossa più scuro e speziato, e già dal primo giro ti accorgi che questa è una fiera che educa senza fare lezioni, seducendo un sorso alla volta.
Il programma: ritmo serrato tra degustazioni e incontri
La giornata scorre con una cadenza che alterna scoperta e approfondimento. La mattina, i banchi d’assaggio aprono il sipario: i produttori versano i vini d’entrata, freschi di sboccatura, perfetti per tarare il palato. Nel primo pomeriggio, salgono in scena le masterclass tematiche: si parla di suolo e biodiversità, di tecniche di cantina, di come una scelta in vigna possa cambiare il finale in bottiglia. Le sessioni “verticali” su Lambrusco di Sorbara e Grasparossa sono le più contese, perché permettono di capire quanto incida l’annata sul carattere, tra annate dritte come una lama e altre più generose di frutta.
Potrebbe interessarti anche
Weekend enogastronomico sulle colline modenesi: l’itinerario che unisce relax, panorami e degustazioni top
Eventi degustazione vini naturali: la guida aggiornata agli appuntamenti più interessanti del momento
Collaborazioni tra produttori e chef locali: il risultato che cambia la percezione di un’etichetta
Produttori di vino biologico in Emilia Romagna: cosa li rende diversi dai convenzionaliLa sera, la fiera si fa spettacolo. I cooking show portano in passerella ricette di territorio, dai tortellini in brodo che sembrano un azzardo con un rosso frizzante e invece cantano all’unisono, fino all’erbazzone che chiede un sorso secco e teso. Non mancano le conversazioni con chi il vino lo racconta ogni giorno: sommelier, divulgatori, enologi che mettono sul tavolo dati e idee con uno stile diretto, talvolta provocatorio. Tra una sala e l’altra, l’agenda si incastra senza lasciare buchi, ma offre sempre un varco per un calice fuori programma.
Ospiti e voci del territorio: il coro che dà spessore al calice
Gli ospiti sono l’anima dialogante della fiera. Ci sono i volti storici delle cantine che hanno costruito la reputazione del Lambrusco quando la moda cercava altro, e ci sono giovani vignaioli che portano la freschezza di un nuovo sguardo, meno rumoroso e più attento al dettaglio. Accanto a loro, insegnanti di enologia, sommelier dell’AIS e artigiani del gusto, dai norcini che raccontano i tagli del maiale alle sfogline che spiegano come la farina può influenzare un abbinamento. L’impressione è di un’orchestra in cui ogni strumento ha il suo momento, e il direttore è il territorio stesso, con i suoi campi e le sue nebbie.
Le chicche imperdibili: sorprese nel calice e fuori
Ci sono momenti che si aspettano tutta la giornata. Uno è la degustazione “sotto traccia” dedicata ai rifermentati a fondo naturale, quelli che lasciano una lieve velatura nel bicchiere e profumano di pane e agrumi. Un altro è l’assaggio comparato di Sorbara vinificato in bianco e in rosato, un gioco di sfumature che parte dalla stessa uva e si allarga come un ventaglio di sensazioni, dalla scorza di limone alla melagrana. Per gli appassionati di struttura, il Grasparossa a dosaggio zero racconta un lato più scuro e speziato, ideale per chi cerca masticabilità e profondità.
Non manca lo spazio della tecnica: è qui che il pubblico si avvicina al modo in cui nasce la bollicina. Il Lambrusco, spesso prodotto con il Metodo Charmat, mostra quanto il tempo di presa di spuma incida sulla cremosità e sulla finezza. Quando una cantina presenta l’esperimento di un “charmat lungo”, i nasi si alzano e i taccuini si riempiono: la bolla si fa più minuta, la frutta cede il passo alla crosta di pane, la persistenza si allunga come un corridoio di luci.
Denominazioni e identità: capire cosa c’è scritto in etichetta
La fiera è anche il luogo dove l’etichetta si legge con occhi nuovi. Le denominazioni del Lambrusco raccontano un mosaico preciso, e cogliere le differenze è il primo passo per scegliere bene. La sigla Denominazione di Origine Controllata non è un timbro burocratico, ma un patto tra vignaioli e territorio: stabilisce perimetri, vitigni, rese, stili. Al banco, un produttore spiega come il Sorbara cerchi verticalità e profumo, mentre il Salamino di Santa Croce preferisca rotondità ed equilibrio, e il Grasparossa vesta toni maturi e tannino sericeo. Nel calice, le parole trovano conferma, e l’etichetta diventa mappa.
Abbinamenti e ritmo di visita: il metodo morbido per non perdersi
Per apprezzare davvero, serve allenare il passo. Io seguo una regola semplice: alterno assaggi tesi e agrumati a vini più maturi e speziati, fermandomi a metà pomeriggio per uno spuntino ragionato. Un cono di ciccioli frolli, un morso di erbazzone, poi torno ai rosati per rinfrescare il palato. Ogni tanto, mi concedo un’incursione personale: una focaccia con pomodoro e origano, omaggio alle mie radici, per capire come il Lambrusco possa abbracciare sapori del Sud senza perdere eleganza. La chiave è l’equilibrio, perché la frizzantezza tende a far correre, ma la complessità chiede ascolto.
Gli abbinamenti “da fiera” sorprendono per immediatezza. Il culatello chiama un Sorbara secco che pulisca con tatto, il cotechino preferisce un Grasparossa con spalla tannica capace di domare la succulenza, mentre con i tortellini in brodo un Salamino ben dosato accompagna senza sovrastare. Le postazioni di street food diventano così laboratori a cielo aperto: provi, annoti, e capisci quanto una bollicina rossa, quando nasce per stare a tavola, sia versatile e moderna.
Dietro le quinte: sostenibilità, accoglienza, dettagli che contano
C’è un’attenzione crescente ai piccoli gesti che migliorano l’esperienza. In ingresso, il calice viene consegnato con una pratica cauzione e la mappa digitale della fiera si apre sullo smartphone in un attimo. Le sale di approfondimento hanno una buona rotazione dell’aria, i punti acqua sono ben segnalati, e nei corridoi non mancano aree di sosta per riordinare le idee. Molte degustazioni speciali si prenotano in anticipo, un sistema utile per evitare resse e garantire qualità. Nei parcheggi, le navette alleggeriscono il traffico, e i desk informativi indirizzano ai produttori secondo gusti e curiosità, come un servizio di consulenza lampo.
Dietro i banchi, i vignaioli raccontano cosa significa lavorare oggi: rese contenute, attenzione alla salute del suolo, scelte mirate sulla maturazione dell’uva. La sostenibilità qui non è slogan, ma grammatica quotidiana: bottiglie alleggerite, energia rinnovabile in cantina, etichette trasparenti su zuccheri e solfiti. È una maturità che si riflette nel bicchiere e nella relazione con chi assaggia, perché una fiera funziona quando crea fiducia e ti fa sentire parte di una storia che continua.
Il finale, come un’eco di festa
Quando la sera scende e le ultime bollicine si quietano, resta addosso una sensazione familiare. È quella gioia che riconosco dalle vendemmie pugliesi: il vino come collante sociale, al di là delle mode. Esco con qualche etichetta sotto braccio, gli appunti pieni di frecce e una certezza semplice. In fiera, il Lambrusco non è solo un vino: è un modo di stare insieme, di raccontare un territorio che ha imparato a parlarsi addosso senza gridare. E quel primo profumo di viole, respirato al mattino, torna come un saluto lieve, chiudendo il cerchio con la naturalezza delle cose ben fatte.
Come si partecipa a una vendemmia aperta al pubblico? Il consiglio pratico che garantisce il massimo divertimento
Eventi pop-up enoici: perché non perderli se vuoi assaggiare fuori dagli schemi e scoprire nuove realtà
Come la biodiversità dei territori influisce sull’identità dei vini locali? Il caso studio di piccoli paesi emiliani
Pizza e vino: la coppia perfetta senza sbagliare bottiglia, ecco la guida definitiva