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Vini da vitigni rari: conoscere i produttori che stanno valorizzando le varietà dimenticate

📅 25 Agosto 2026✍️ di Riccardo Fuseri⏱️ 4 min di lettura

Mi trovo nella masseria di San Michele, a pochi chilometri da Locorotondo, e il proprietario mi versa un bicchiere di Susumaniello. È un lunedì sera d’ottobre, il sole scende dietro gli ulivi e quella varietà antica, quasi dimenticata fino a vent’anni fa, mi racconta una storia intera attraverso il palato. Non è un grande affare commerciale, ma una scelta consapevole di tornare alle radici. Questo bicchiere rappresenta la rinascita di centinaia di vitigni che gli anni di globalizzazione vinicola avevano relegato all’oblio, spesso coltivati in vigneti minuscoli da anziani contadini che non avevano figli interessati a continuare.

Nel mondo del vino contemporaneo, dominato da Cabernet Sauvignon, Chardonnay e altre varietà internazionali, esiste una contro-corrente affascinante: quella dei produttori che scelgono consapevolmente di riscoprire e valorizzare i vitigni rari, quelli con radici profonde nei territorio specifici. Non si tratta di nostalgia fine a se stessa, ma di una strategia enologica che unisce rispetto per la tradizione e ricerca di autenticità. Sono storie di vignaioli che, spesso giovani, decidono di compiere un viaggio a ritroso nel tempo delle loro terre per recuperare varietà dimenticate e restituire loro dignità commerciale e culturale.

Il valore nascosto nei vitigni scomparsi

Quando parlo di vitigni rari, intendo quelle varietà coltivate in piccole quantità, confinate a specifiche regioni, spesso sconosciute ai consumatori internazionali. La Fillossera aveva già decimato molti vigneti europei tra l’Ottocento e il Novecento; successivamente, la ricerca di rese economiche sempre maggiori ha spinto verso le varietà più produttive e resistenti. Il Susumaniello, il Nero di Troia, il Verdicchio nero, il Malvasia nera di Lecce: questi nomi vi dicono qualcosa? Pochi, sospetto. Eppure ogni uno di essi ha origini plurisecolari, spesso persiane o greche, che si sono integrate nel territorio italiano fino a diventare parte integrante dell’identità viticola locale.

Il valore commerciale di questi vitigni risiede precisamente in questa unicità. Non è possibile trovarli in Californnia o in Australia; sono il frutto di milleni di selezione naturale e agricola in contesti geografici molto specifici. Un consumatore consapevole comprende che acquistare una bottiglia di Malvasia nera della Salento significa portarsi a casa non solo un vino di qualità, ma anche un’esperienza autenticamente legata a un luogo, a una cultura, a una storia che non può essere replicata altrove.

I produttori che stanno cambiando il panorama

Conosco personalmente diversi vignaioli che hanno intrapreso questo cammino controcorrente. C’è chi ha ereditato piccoli appezzamenti coltivati con vitigni cosiddetti “minori” e ha deciso di investire nella loro valorizzazione invece di strapparli via per fare spazio a varietà più commerciali. Sono persone che frequentano convegni ampelografici, collaborano con università agrarie, effettuano meticolose ricerche storiche per ricostruire le caratteristiche originali di questi vitigni.

Una cosa affascinante accade quando questi produttori iniziano a raccontare le loro storie. Non parlano di punteggi sui magazine internazionali, ma di connessione con il territorio, di resilienza, di biodiversità. Mi ricordo una cena dove un giovane vignaiolo dalla Campania spiegava come il Fiano Aromatico, una selezione particolare del Fiano, fosse quasi scomparso perché meno resistente ai funghi rispetto alle selezioni moderne. Lui e altri tre colleghi avevano deciso di coltivarla comunque, con tecniche biologiche e biodinamiche, per non perdere quella particolare complessità olfattiva che la caratterizza.

Questo approccio non è isolato. In Sardegna, giovani enologi stanno recuperando il Vermentino nero; in Veneto, si assiste alla rinascita del Glera rosso, diverso dal Prosecco ma con radici ancor più antiche. In Sicilia, il Perricone sta vivendo una stagione d’oro dopo decenni di quasi total scomparsa dai vigneti. Ogni storia è diversa, ma tutte condividono lo stesso denominatore comune: passione, ricerca, e la convinzione che la diversità viticola sia un bene da proteggere.

Il ruolo della ricerca e della consapevolezza

Dietro ogni bottiglia di vitigno raro c’è una mole di lavoro invisibile al consumatore. Ricerca ampelografica per confermare l’identità della varietà, selezione massale dalle viti più vecchie, adattamento delle tecniche colturali, sperimentazione in cantina per trovare il profilo enologico più appropriato. Questi produttori collaborano spesso con enti di ricerca universitari e organizzazioni per la tutela della biodiversità. Non è raro che un vignaiolo dedichi anni a stabilire se una sua varietà sia effettivamente una sub-varietà locale o una mutazione genetica interessante.

La consapevolezza del consumatore gioca un ruolo cruciale. Negli ultimi dieci anni, ho notato un cambio significativo: le persone sono sempre più interessate a capire cosa bevono, da dove viene, come è stato prodotto. Le grandi distribuzioni e i bar di qualità hanno iniziato a dedicare scaffali e liste a questi vini. Festival enologici e wine bar indipendenti amplificano questa tendenza.

Tornando a quella sera nella masseria, mentre il sole scompariva dietro l’orizzonte, il proprietario mi mostrava il suo vigneto di Susumaniello, viti ancora giovani ma già robuste. Mi raccontava che i nonni coltivavano quella stessa varietà, dimenticata per trent’anni durante il boom economico, e che lui aveva deciso di rivederla come il cuore del suo progetto. Non mi stava vendendo un vino; mi stava raccontando una redenzione, una rivalorizzazione di ciò che non doveva andare perduto. E in questo momento preciso, ho capito il vero valore di questi vitigni rari: non stanno semplicemente tornando in auge, stanno ridefinendo come intediamo l’eccellenza nel vino moderno, spostando l’attenzione dalle classificazioni internazionali verso l’autenticità e il significato.

Riccardo Fuseri

Nato a Bari, è cresciuto tra i profumi delle cucine di famiglia e i piccoli vigneti pugliesi. Ha affinato il palato esplorando masserie e raccontando su blog le feste popolari dedicate alla vendemmia e ai piatti tipici del Sud, sempre alla ricerca di abbinamenti innovativi.