HomeTerritori › Appennino modenese e varietà autoctone: riscoprire territori dimenticati per vini unici
Territori

Appennino modenese e varietà autoctone: riscoprire territori dimenticati per vini unici

📅 26 Agosto 2026✍️ di Marina Vannelli⏱️ 4 min di lettura

L’Appennino modenese è uno di quei territori che il turismo del vino ha praticamente ignorato per decenni. Mentre tutti parlano di Barolo, Brunello e Chianti, qui tra le colline modenesi cresce una biodiversità viticola straordinaria, custodita da pochi produttori che non hanno mai smesso di credere nel loro lavoro. Sono tornata in questa zona dopo anni passati in Valpolicella, e devo dirvi: quello che ho trovato mi ha sorpreso profondamente.

Il tesoro nascosto delle varietà autoctone

Mi è capitato di recente di incontrare un produttore di piccole dimensioni nel comune di Castelvetro che ancora coltiva Lambrusco di Sorbara secondo il metodo tradizionale. Mentre percorrevamo i suoi vigneti in una mattinata di settembre, mi ha mostrato piante che avevano più di cinquant’anni, resistenti alle malattie quasi per istinto. Qui i viticoltori non inseguono mode: coltivano quello che la terra ha sempre prodotto.

L’Appennino modenese ospita varietà quasi ignote al grande pubblico. Il Lambrusco, certo, è il più conosciuto, ma esistono almeno cinque diversi biotipi lambrusco a seconda del terreno e dell’altitudine. C’è il Lambrusco di Sorbara, più delicato e floreale. C’è il Lambrusco Grasparossa, più robusto e tannico. C’è il Lambrusco Salamino, equilibrato e beverino.

Accanto a questi trovate il Ancellotta, un vitigno nero che produce vini dal colore profondo, ideale per le miscele. E poi l’Ortrugo bianco, dimenticato da trent’anni e oggi riscoperto da alcuni giovani produttori che lo coltivano su terreni argillosi con risultati sorprendenti.

Perché questi vini rimangono sconosciuti

La ragione è semplice: mancanza di narrazione commerciale. Mentre la Toscana ha costruito un’identità mondiale intorno ai suoi vini, l’Appennino modenese non ha mai investito in comunicazione. I produttori qui sono per lo più agricoltori tradizionali, non marketer. Producono bene, molto bene, ma vendono quasi esclusivamente in provincia o tramite clientela fissa.

Un lettore mi ha chiesto tempo fa perché non trovasse questi vini al supermercato. La risposta è che la grande distribuzione non se ne interessa: le bottiglie sono piccoli volumi, i prezzi non permettono il margine che cercano i distributori. È un circolo vizioso.

Ma esattamente questa assenza dal mercato di massa è quello che rende affascinante il territorio. Qui il vino mantiene ancora un carattere genuino, senza mediazioni commerciali che ne appiattiscano l’identità.

Come scoprirli davvero

Se siete interessati a questi vini, non aspettatevi di trovarli negli shop online più celebri. La strategia giusta è visitare direttamente le aziende. Nel modenese esistono ancora produttori che vi ricevono il sabato mattina in cantina, vi fanno degustare dalle botti e vi vendono la bottiglia come fosse una transazione tra amici.

Consiglio concreto: cercate le Denominazioni di origine controllata locali. Il Lambrusco di Sorbara è protetto da DOC dal 1970. Il Pignoletto, un bianco della zona, è stato riconosciuto DOCG nel 2010. Queste certificazioni garantiscono provenienza e metodi tradizionali.

Durante una visita a Modena lo scorso autunno, ho scoperto che alcuni ristoranti locali offrono vini di produttori microscopici, assenti da qualsiasi catalogo nazionale. Un giovane sommelier mi ha spiegato che compra direttamente dai vignaioli, visitandoli personalmente tre volte l’anno. È il modo moderno di fare wine discovery in un territorio che non ha infrastrutture turistiche sofisticate.

L’errore più comune che vedo fare è cercare questi vini con aspettative da grande enologia. Non cercate complessità barocca. Cercate invece autenticità, linearità, coerenza tra terroir e uva. Un Lambrusco di Sorbara ben fatto non è meno dignitoso di un Barolo: è semplicemente diverso, più territoriale, meno universale.

L’abbinamento col cibo locale

Un vantaggio enorme di questi vini è l’abbinamento naturale con la cucina modenese. Quando un vino cresce nel territorio insieme alla tradizione culinaria, l’incontro tra coppa, aceto balsamico e Lambrusco non è casuale: è matematico.

Ho organizzato di recente una degustazione per amici pairing questi vini con formaggi locali. Un Grasparossa strutturato con Parmigiano Reggiano stagionato tre anni è una combinazione che non dimenticherò. L’acidità vivace del vino tagliava la grassezza del formaggio, mentre i tannini dolci del Lambrusco dialogavano con le cristalline del caseificio.

Se volete sperimentare da casa, suggerisco di iniziare proprio da questa strada: acquistate una bottiglia di Lambrusco direttamente presso un piccolo produttore, e abbinate a embutidos iberici di qualità o a formaggi di mucca con stagionatura media. Vedrete come il vino esplode di carattere quando incontra il cibo giusto.

L’Appennino modenese non diventerà mai la destinazione del turismo enologico massificato. E forse è la sua forza. Chi cerca vino di qualità autentica, legato davvero al territorio e non costruito per il mercato globale, troverà qui risposte vere. Basta avere la pazienza di cercare oltre le mappe commerciali.

Marina Vannelli

Ha lavorato come guida in cantina per dieci anni in Valpolicella, accompagnando visitatori italiani e stranieri tra botti e filari. Ama sperimentare con formaggi locali e vini rossi, creando per amici e lettori percorsi di degustazione tra storia e sapori del territorio.